Rottamare l’agenda Fassina
Avrebbe potuto attendere, al riparo della sua “terzietà”, che lo si eleggesse al Quirinale. Gli sarebbe convenuto, sostengono a bassa voce i realisti, quelli che la sanno lunga. Magari gli stessi che non hanno esitato a dichiarare moralmente discutibile la scelta di Monti. In un paese dove a prevalere nella politica è sempre il calcolo sulle sorti personali (nessuno dei potenti mette a repentaglio le proprie posizioni), Monti rischia di apparire un pazzo. O un ingenuo, destinato a essere stritolato nella morsa tra la macchina guidata da Bersani, la disperata aggressività del Cavaliere, l’agitazione scomposta di Grillo e Ingroia. di Umberto Ranieri
6 AGO 20

Avrebbe potuto attendere, al riparo della sua “terzietà”, che lo si eleggesse al Quirinale. Gli sarebbe convenuto, sostengono a bassa voce i realisti, quelli che la sanno lunga. Magari gli stessi che non hanno esitato a dichiarare moralmente discutibile la scelta di Monti. In un paese dove a prevalere nella politica è sempre il calcolo sulle sorti personali (nessuno dei potenti mette a repentaglio le proprie posizioni), Monti rischia di apparire un pazzo. O un ingenuo, destinato a essere stritolato nella morsa tra la macchina guidata da Bersani, la disperata aggressività del Cavaliere, l’agitazione scomposta di Grillo e Ingroia. In realtà, quella di Mario Monti è una iniziativa difficile che raccoglie la speranza che nei prossimi anni non si disperdano gli sforzi, la fatica e i risultati del suo governo. Questa la sfida. Proviamo a ricordare come sono andate le cose. Il Pdl ha vissuto il governo Monti come uno stato di necessità e ha considerato la formazione dell’esecutivo tecnico un modo per evitare elezioni anticipate che tutti prevedevano disastrose. E’ trascorso più di un anno nel corso del quale è mancata nel Pdl, paralizzato dai calcoli di Berlusconi, una riflessione critica sulle cause del dissolversi di una coalizione che nel 2008 disponeva di una amplissima maggioranza in Parlamento. E un forte consenso nel paese. Oggi, quando al Cavaliere si irride e una malcelata soddisfazione accompagna a sinistra il “ritorno dell’uguale”, sarebbe sciocco e ingiusto dimenticare che il berlusconismo è stato il movimento politico che ha saputo offrire a una parte rilevante del paese uno specchio nel quale potesse guardarsi e riconoscersi senza troppa fatica (addirittura con qualche compiacimento). Il suo fallimento è riconducibile a due motivi di fondo: la debolezza culturale e, insieme, l’incapacità di promuovere un processo riformatore dell’economia. La destra non è apparsa in grado di organizzare una propria presenza culturale nella società italiana. E’ il tema su cui da tempo riflette Galli della Loggia. Essa sembra non disporre delle risorse intellettuali per diventare un luogo di formazione e di coagulo di una nuova classe dirigente. Se è innanzitutto sul piano delle idee che si è decisa la sorte della destra, cruciale tuttavia è stata la sua incapacità di affrontare le difficoltà economiche e il disagio sociale che hanno investito il paese. A fare esplodere la crisi della destra è stato lo scarto tra le aspettative suscitate e la realtà della sua azione di governo: dove sono le riforme che erano state promesse? Dove i cambiamenti annunciati? Dove l’avvio di una autentica rivoluzione liberale quale mai l’Italia aveva avuto? Si è trattato di una esperienza di governo finita con il ministro dell’Economia (non doveva fare la riforma fiscale?) che propone dazi per fermare la globalizzazione. Una miseria! Perché è andata così? Trova conferma, nella esperienza del centrodestra al governo, la tesi di un contrasto difficilmente superabile tra consenso elettorale e le riforme di cui ha bisogno l’Italia. Tesi su cui insiste nella sua analisi della “Seconda Repubblica” Michele Salvati. Dinanzi all’irrompere della crisi non bastava la retorica liberale, occorrevano misure che affrontassero i nodi venuti ormai al pettine della situazione del paese. Riforme, spesso impopolari ma necessarie. Riforme che rendessero meno pesante il carico fiscale sugli investimenti produttivi, più agile il funzionamento del mercato del lavoro, più efficiente l’amministrazione pubblica, minore l’incidenza della spesa corrente, più consistenti i finanziamenti per ricerca e sviluppo. Si trattava di una complessa impresa riformatrice che il centrodestra non è apparso in grado di realizzare. Né Berlusconi disponeva dell’autorità politica e morale per spingere in direzione di cambiamenti che avrebbero suscitato resistenze anche nel proprio bacino elettorale. Da questo punto di vista, le responsabilità di Berlusconi sono enormi. Ha dissipato un patrimonio. E alla fine, prigioniero di stupidi narcisismi, ha ostacolato la possibilità di un avvicendamento alla guida del centrodestra e il tentativo di riunificazione di quel campo in alternativa alla sinistra. La contrapposizione frontale a Mario Monti da parte di Berlusconi e delle forze che riuscirà a riorganizzare è quindi, per molti versi, inevitabile.
E veniamo all’altro versante della dialettica politica: la sinistra di Bersani. Sostengo che il Pd non abbia compreso le cause di fondo che hanno condotto nel novembre del 2011 alla nascita del governo Monti. La prima è la portata della crisi che ha investito l’Eurozona e al suo interno l’economia e la società italiane. Sono impressionanti alcuni dati: l’Italia tornerà al pil del 2008 solo nel 2018, la produttività totale è stagnante da più di un decennio, la crescita dal 2002 al 2010 è stata la più bassa dell’intera area euro, tra il 2004 e il 2008 la pressione fiscale in rapporto al pil è salita cinque punti sopra la media dell’Eurozona e la quota di economia sommersa è aumentata di quasi sette punti di pil. Questa la situazione. Mentono coloro che ritengono che si sia sul punto di venire fuori dai guai o che ci sia una qualche misura risolutiva: la fuoriuscita dalle difficoltà in cui versa il paese è questione di lungo periodo. La verità è quella che ricordava Sergio Fabbrini qualche giorno fa: “Nella nuova epoca politica in cui siamo entrati ci saranno sempre meno risorse da distribuire e sempre più scelte impopolari da compiere”. E aggiungeva: “In un paese come il nostro non si potrà rilanciare la crescita senza una messa in discussione della rete di interessi corporativi e di rendite di posizione che allignano tra tutti i ceti sociali e all’interno di tutte le istituzioni pubbliche o private”. Se le cose stanno così (sfido a dimostrare il contrario) escludere la possibilità che la guida del paese restasse nelle mani di Mario Monti è stato un errore. Soprattutto in un’epoca in cui è impossibile qualsivoglia separazione tra politiche interne e dimensione europea e quando la politica di bilancio nazionale viene stabilita prima in Europa e poi approvata in Italia. Ed è la pressione implacabile dei mercati a imporlo. Non la signora Merkel. Chi, meglio di Mario Monti avrebbe potuto garantire il paese in un simile frangente? C’è forse un leader politico italiano con un prestigio in Europa (e una competenza) paragonabile al suo? Intorno a Mario Monti sarebbe stata possibile una alleanza tra il Pd e forze democratiche e liberali disposte ad aprire una nuova fase nella storia politica ed economica del paese. Una prospettiva di questo genere il Pd l’ha liquidata scegliendo l’alleanza con una frazione della sinistra radicale e lasciando che si giungesse al voto con la legge elettorale vigente malgrado gli appelli e la tenacia di Giorgio Napolitano.
Una legge che darà il 55 per cento dei seggi alla Camera a una coalizione che si aggirerà intorno al 35 per cento dei suffragi. Con quale legittimità si affronteranno i problemi economici e istituzionali in cui si dibatte il paese? Occorreva infine rendersi conto che l’alleanza elettorale con una forza come Sel non sarebbe stata una scelta priva di conseguenze. Gli orientamenti espressi da Sel non sono eccessi verbali facilmente contenibili come paternalisticamente dice Bersani. Quella di Sel è una cultura politica alternativa al riformismo, esplicitamente ostile alla esperienza del governo Monti e agli impegni assunti in sede europea dall’Italia. La verità è che l’alleanza con Sel non è dovuta a un puro calcolo elettorale ma a una affinità profonda evidente in parte dei militanti e dei dirigenti del Pd. Si paga il prezzo per la battaglia non data contro i vecchi tabù della eterna sinistra, per non aver affrontato il tema di un adeguamento strategico del partito alla fase storica profondamente diversa in cui siamo entrati. Un ritardo che si coglie nel lessico invalso nel Pd: una sorta di pigrizia mentale, per esempio, conduce molti ad attribuire ogni male al neoliberismo. La stessa causa dei guai in cui versa l’economia italiana la si rintraccia in un presunto liberismo selvaggio. Liberismo in un paese in cui la spesa pubblica è andata fuori controllo e la pressione fiscale è giunta a livelli insostenibili? Liberismo in un paese “largamente dominato dalla mano pubblica e dove il sistema industriale, nel settore delle grandi imprese, delle banche, delle public utility e dell’energia è ancora direttamente o indirettamente nelle mani dello stato, degli enti locali o delle fondazioni bancarie”? Ma via! Invece di cercare come costruire un nuovo equilibrio sul piano della politica economica tra le sfide imposte dalla competizione globale e valori di giustizia si coltiva l’idea da parte di neofiti della socialdemocrazia di un ritorno al compromesso che caratterizzò il successo dei partiti socialisti e riformisti nell’Europa degli anni Sessanta. Aspirazione irrealizzabile. In realtà una nuova soluzione dovrebbe ruotare intorno a una ripresa del dialogo tra sinistra e liberalismo. Questo del resto era il nucleo originario e fondante del Pd. Un nucleo di valori, principi e indirizzi che il gruppo dirigente del partito senza ricorrere ad alcun congresso e in assenza di una autentica discussione ha nella sostanza mandato in soffitta. Intorno a due punti tale dialogo può riprendere: primo, assumere la dimensione europea (o dell’Unione monetaria), come la sola entro cui è possibile creare un nuovo modello economico e sociale che sia competitivo a livello internazionale e che sappia assicurare uguaglianza delle opportunità, occupazione adeguata per lavoratori ben qualificati e tutele delle fasce più deboli della popolazione. Ne ha scritto limpidamente Marcello Messori ricordando che, nonostante le difficoltà, nell’ultimo anno e mezzo l’Unione monetaria ha fatto significativi progressi in termini di governance e ha innescato un irreversibile processo di unificazione fiscale e di coordinamento macroeconomico che può consentire un salto qualitativo nell’organizzazione dell’Ume. Ma occorre che i governi non allentino le viti dall’ingranaggio che dovrebbe tenere insieme l’intero sistema. Secondo, portare più avanti il processo di riforme strutturali avviato nel corso dell’ultimo anno della legislatura: irrobustimento della ricerca, riduzione della pressione fiscale, formazione del capitale umano, legalità, una strategia di dismissioni del patrimonio mobiliare e immobiliare i cui proventi siano destinati esclusivamente all’estinzione del debito. E’ su queste basi che prende corpo l’iniziativa politica promossa da Mario Monti. Inevitabile, considerati gli sviluppi della vicenda politica italiana nel corso di questi mesi e dinanzi all’alleanza tra Pd e Sel. Necessaria per mantenere aperta la prospettiva di cambiamenti e riforme di cui ha bisogno il paese. Iniziativa ambiziosa, che intende ridare un ruolo nella politica italiana alla cultura liberale/riformista, alla tradizione che coniuga uguaglianza e responsabilità, che riconosce che l’efficienza economica è parte integrante di una qualsiasi idea di giustizia. Certo, l’impianto programmatico di Monti va arricchito: da vecchio uomo del sud penso che sia un errore non porsi l’obiettivo di affrontare in termini radicalmente nuovi il problema del Mezzogiorno. Il punto politico di fondo tuttavia è un altro: la presenza di Monti in campo chiama il Pd a una scelta rigorosa per quanto riguarda il suo profilo programmatico. Non sono consentite ambiguità sulle questioni di fondo. Occorre farla finita sulle chiacchiere circa la rinegoziazione degli impegni presi dal nostro paese in sede europea: accordi che garantiscono che anche paesi indebitati come l’Italia avranno comportamenti virtuosi. Non dovranno esserci incertezze sul proseguire nelle riforme avviate da Monti: basta con l’ossessione che la missione del Pd debba consistere nella revisione della riforma delle pensioni e del mercato del lavoro. Sarà in grado il Pd di muovere in questa direzione? Non si fermi alle goliardate di Fassina sul conto della lista Monti liquidata come lista Rotary, guardi con interesse invece a una presenza in Parlamento autorevole e significativa delle forze che si raccolgono intorno a Mario Monti. Si renda conto che di questo c’è bisogno per realizzare le riforme di cui ha bisogno il paese.
di Umberto Ranieri